Realtà o non Realtà

Novae vanitates

di Loredana Finicelli

 

 

Come moderne vanitates i soggetti delle opere di Marco Monaldi risplendono per la loro bellezza apparentemente autentica  e levigata, per le loro virtù situate a metà strada tra il vero e il verosimigliante.

Uomini-uomini, uomini-angeli e painte-fiori, oppure storia, ultrastoria e natura, compongono il ristretto ma efficace spettro di temi di questo artista, sospeso tra azioni umane e divine, tra il cielo e la terra, tra loro, equidistanti. Tanto i frammenti rubati dal mondo vegetale quanto le atletiche fisionomie umane e oltre, condividono la stessa, cristallina, cifra stilistica: abile cesellatore di forme e di volumi, via via sempre più fluidi e naturalistici, il Monaldi gioca con la forma modellata da un chiaroscuro abile, dosa senza circospezione, un contrasto luministico violento e sapiente. I corpi emergono dal primo piano messi in risalto da luci bianche e radenti, imponendosi con i loro valori formali compatti, con le loro masse sintetiche, idee perfette di corpi e di altro, prima che uomini e angeli veri.

Allo stesso modo, le nature morte dell’artista marchigiano appartengono anch’esse al mondo dei concetti astratti più che a quello della natura reale: si tratta di archetipi compiuti, di modelli della memoria remota sedimentati nella coscienza secolare, anche loro, di fatto, appartengono al regno dei corpi in vita, né più né meno come gli uomini, angeli a volte, a volte meno, degli altri dipinti.

Le opere dell’artista sono singolari rappresentazioni in serie: come uno studioso ossessivo impegnato in una complessa ars combinatoria il Monaldi assembla differenti versioni degli stessi soggetti, mutandone le posture – ora di fianco, di spalle, poi dal basso dall’alto -, quasi che in ogni inedito sguardo, in ogni inconsiderato profilo, via sia un segreto da rintracciare, un non detto da rivelare, un dettaglio da restituire, una piega dell’abito da drappeggiare.

E, gli abiti del Monaldi, non costituiscono scelte sprovvedute e casuali. Non sono innocui tailleur da giorno o impegnati abiti da sera. Sono vesti di pelle per chi ne sostiene la materia intrinseca, per chi, con il loro carico di ignoto e potenza, si alimenta del loro lucido riflesso, sono vesti che, al pari delle maschere di alcuni dipinti, alludono al vero non effettivo, all’autentico non originale, a certi viali underground dove gli uomini e le donne perdono, per un breve, solo un breve intenso momento, la loro identità imperfetta, e vivono di sogni infinitesimali e di emozioni in bilico.

Forse è la ricerca di un spirituale oramai definitivamente allontanato quello che questi uomini e altro vanno esplorando nei sobborghi cromatici dei dipinti, dove a dominare sono le tinte estreme del non reale -perché non presenti in natura-, come il nero e il bianco, tinteggiati da verdi accattivanti e fiammeggianti – non solo a parole – rossi.

Rosso. Come gli abiti di lana dei guerrieri di Sparta. Come le vesti listate di porpora dei Cesari. Come gli umori vibranti della vita. Verde. Il verde confuso e pasticciato della speranza, arranca negli sfondi della prima serie di angeli umani e domina nelle successione delle nature morte, spezzando la trama univoca del bianco – che tutto riunisce – del nero – che tutto cancella. Bianco e nero come l’ossessione di un matematico pitagorico a cui l’articolazione cromatica produce l’ansia della suggestione e spalanca il torrente dei sensi.

In queste rappresentazioni teatrali perfette a cui rimandano le quinte panneggiate di alcuni dipinti e le maschere inquietanti di altri, Monaldi mette in scena, nascondendolo agli spettatori, il tema della vanitas postmoderna, ammonimento salvifico di antica memoria che spesso adombrato nel bello fuori misura o nell’incorrotto troppo patinato.

Formula etica ereditata dal controverso Barocco, quando nature morte ai margini dell’iperreale alludevano alla caducità della vita, alla bellezza corruttibile, all’inesorabile trascorrere dell’onda del tempo, così Marco Monaldi si appropropria di questo avvertimento, celando al di sotto delle sue immagine attraenti,  anch’esse a volte spinte ai limiti dell’artefatto. Ma, a differenza dei dipinti secenteschi, dove gli avvertimenti erano affidati a dettagli a volte intuibili, ad allegorie solitamente interpretabili dai più smaliziati, in questi dipinti, dove non sono in gioco il paradiso e l’inferno, la salvezza perpetua e la dannazione eterna, l’allusione del Monaldi si fa più sottile e ambigua e, al tempo stesso poiché scarsamente intellegibile assai più preoccupante.

In gioco, stavolta, non è la colpa o il peccato, ma la consapevolezza  umana dell’età adulta e la sua relazione con la sfera spirituale, l’emancipazione da un umano troppo risolutamente umano che dimentica il divino eppure nonostante tutto vi tende, generando una sollecitazione sotterranea che dall’uomo tende all’angelo e troppo spesso ritorna.

Una natura troppo avventurosamente umana stretta tra esigenza e pretesa di assoluto e soddisfazione terrena mai paga.

 

Monaldi e la Realtà

Di Paolo Mario Galassi

 

 

 

 

La biennale di Venezia 2009 – attualmente in corso – segna una svolta nella storia gloriosa di questa esposizione internazionale.

E’ il primo anno che si notano sintomi – pallidi-di una riflessione (parlare di ripensamento è ancora prematuro) sulle espressioni artistiche degli anni passati.

Sulla loro validità. Sul loro valore. Sul loro linguaggio. Sulla loro comunicatività.

Non è dato sapere se questa strada imboccata timidamente porti a risultati clamorosi .Si dovrà seguire con molta attenzione le prossime biennali e solo dopo si potrà misurare la temperatura dell’arte contemporanea mondiale.

In particolare il padiglione italiano è quello dove si è concentrata maggiormente l’attenzione del visitatore, forse proprio perché pioniere di questa nuova stagione artistica, pur celebrando l’anniversario di un movimento passato:il Futurismo.

Questa lunga riflessione era doverosa e necessaria  e fondamentale per inquadrare il lavoro di Marco Monaldi.

Pittore dell’ascolano interpreta l’arte come espressione del reale ma non come momento fotografico – forma d’arte indiscussa – ma come realtà entro la quale l’uomo è: è vero uomo, è vera realtà in altre parole è se stesso nella sua spiritualità entro la sua materialità.

La forma pura, quella che la natura ci ha donato, espressione del divino per il

Credente, non necessita di orpelli che la caricherebbero di inutilità.

Deve essere solo ammirata perché ritorni all’osservatore per arricchirlo nel suo spirito. Si potrebbe dire che la stessa purezza formale sia il collante che unisce tutta la realtà, intesa come pura natura.

Le tele di Marco Monaldi posseggono la forza tipica di colui che prende dalla natura la vera essenza e la trasmette – con un procedimento osmotico – al fruitore.

La stessa grandezza delle tele invita l’osservatore ad essere compartecipe della realtà, come frammento fondamentale di un tutto armonioso.Ad entrare entro quella realtà che il pittore ci mostra nella sua essenza.

Ed in questo contesto anche le figure –perfette nella tecnica e nell’ordito coloristico- sganciate da vincoli umani, si liberano in un universo ormai privo di vincoli. Lo stesso angelo, con le sue ali bianche di purezza, unisce il divino all’umano in una unica figura a significare che quando l’uomo è o sarà libero, si avvicinerà alla realtà. Quella vera, quella da cui è partito.

Ecco allora che la realtà diventa non realtà in quanto ha raggiunto la purezza.

Su questa strada Marco Monaldi è pronto per una biennale veneziana.

1 Response to "Realtà o non Realtà"