Sfiorando l’orizzonte

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ASSOCIAZIONE CULTURALE OFFICINA S. GIACOMO

HOTEL S. GIACOMO MONTEPRANDONE

 

SFIORANDO L’ORIZZONTE.

Tra le suggestioni dell’arte e gli incanti del paesaggio

a cura di

Nazzareno Luciani

Ampio e profondo il paesaggio che si ammira dalle colline di Monteprandone (AP). E in questo scenario la rassegna “SFIORANDO L’ORIZZONTE. Tra le suggestioni dell’arte e gli incanti del paesaggio” ha costituito un invito alla sosta e all’osservazione. La serie di appuntamenti all’insegna dell’arte è giunta al termine. Una rassegna che ha coinvolto diversi curatori e a visto gli artisti, uno ogni mese, intervenire con le loro opere all’interno dell’Hotel San Giacomo. Un ultimo incontro a cui farà da contorno, come di consueto, il ricco buffet offerto da Ermetina Mira e Franco Bovara dove verranno offerti vini locali.

MARCO MONALDI

testo di

Cristina Petrelli

Nudi che aspirano alla perfezione, in cui viene esaltata tutta la bellezza del corpo maschile, e fiori, nature morte che non possono più essere definite tali. Marco Monaldi presenta opere dell’ultima produzione, tutti oli su tela di grandi dimensioni.

INAUGURAZIONE DOMENICA 20 GENNAIO 2008 ORE 18:00

la mostra terminerà il 23 Febbraio 2008

Nelle tele di Marco Monaldi i soggetti scelti dall’artista vengono come depurati, sottratti alle leggi del tempo, al proprio ciclo vitale. È come se fossero trasposti nel marmo, resi eterni. Le sue calle, candide e nobili, appaiono in tutta la loro bellezza, fresche e sensuali. Nei corpi nudi, dipinti in monocromo, ad essere esaltata è l’armonia delle forme, la morbidezza della pelle. Non scorre più il sangue nelle vene, ne la linfa vitale nella pianta. Non più degrado, sofferenza, malattia; la natura diventa incorruttibile.

Un lavoro, quello dell’artista, d’estrema raffinatezza, fatto di particolari e impercettibili presenze. Nelle sue opere viene espressa una dichiarata teatralità, il gusto per la messa in scena, sottolineata dall’uso della maschera. Il travestimento, l’identità celata e una natura troppo perfetta per essere reale. Nelle sue opere la pittura si fonde con il teatro e l’arte con la vita.

NATURA  ETERNA

L’osservazione della natura è, da sempre, fonte d’ispirazione per l’uomo, che in essa riflette la propria visione del mondo. Un atteggiamento espresso nell’arte classica attraverso la Mimesis, la copia fedele della natura. Esiti altissimi raggiunse la statuaria. Immortalati nel marmo corpi di rara bellezza suscitano ancor oggi ammirazione. E proprio l’armonia esistente in natura era celebrata tramite la rappresentazione del corpo umano. Allo stesso modo, nelle opere di Marco Monaldi, il nudo maschile si rivela espressione stessa della bellezza. Lavorando in monocromo il processo di distruzione e sofferenza a cui è destinato il corpo si annulla, scompare. Come nel marmo anche nell’immagine dipinta il tempo si ferma, ciò che è sarà per sempre, diventa eterno. Ma se, nell’arte classica, la copia della natura ha condotto anche a una ritrattistica particolarmente vicina al vero, alla rappresentazione dei vari stadi della vita dell’uomo, dall’infanzia alla vecchiaia alla morte, tutto questo non trova spazio nella pittura di Monaldi. Nonostante nelle sue opere venga espressa una bellezza legata a canoni classici, con forme e proporzioni orientate all’armonia, le finalità non sono le stesse. Medesimi i presupposti, ma differenti i risultati in quanto non è la rappresentazione della realtà ad interessare l’artista. Potremmo azzardare un paragone con il Neoclassicismo, dove tipi e modi dell’arte classica venivano ripresi attribuendogli nuovi e diversi significati. Fra l’osservazione diretta della natura e la sua rappresentazione veniva interposto il filtro dell’idealizzazione. Un’identica genesi troviamo nel lavoro di Marco Monaldi.

Fra la prima fase, con la scelta dello scatto fotografico, e l’ultima, la stesura del colore ad olio, l’artista opera un processo di sintesi orientato a un modello ideale. Nelle sue nature morte i fiori non hanno il minimo segno del tempo trascorso, nulla che rimandi al gesto di essere stati recisi, d’aver interrotto per sempre il flusso vitale, condannandoli a un rapido avvizzimento. Le sue calle, così fresche e sensuali, non presentano alcun petalo ingiallito, nessuna foglia appassita.

Lo stesso avviene nella rappresentazione della figura umana dove il corpo nudo appare muscoloso e perfetto e le linee che lo definiscono fluide e armoniose. Un vibrante chiaroscuro esalta la qualità sensibile e delicata della pelle. Attraverso una sintesi formale e cromatica l’artista depura il corpo dal sangue, dalla decadenza, dalla malattia, dalla corruzione e lo rende immortale. La bellezza rappresentata dall’artista diventa ricerca verso la perfezione. Un modello ideale che viene applicato senza fini celebrativi, come invece avveniva nel Neoclassicismo. In questo caso l’azione è praticamente inesistente e la figura appare isolata, distante, assorta. Spesso è l’artista stesso a ritrarsi nelle proprie opere, ma l’identità non è mai dichiarata, è volutamente celata.

In alcuni lavori, a coprire il volto, fa la sua comparsa una maschera, un simbolo che rende esplicito il paragone con il teatro nell’opera di Monaldi. I suoi soggetti sono delle apparizioni lievi, eteree, che sembrano emergere da materie cromatiche caotiche, informi dove, tra il verde, tra il rosso, affiorano presenze. Una sorta di quinte teatrali, di sipari, che si aprono consentendo la visione. L’uso della maschera dichiara apertamente che di null’altro si tratta se non di una messa in scena. Tra il travestimento attuato in teatro e il lavoro eseguito dall’artista viene, dunque, ad esistere una similitudine. La tela come il palcoscenico. La rappresentazione ideale della natura, la sua perfezione, si rivela traguardo vano e irraggiungibile che può esistere unicamente nello spazio deputato alla finzione.

Cristina  Petrelli

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